Dall’8 maggio della vicenda si occupa il Consiglio di Stato. Il progetto presentato nel 2004 dal costruttore Muto prevede la costruzione di 200 villette, alberghi e altri edifici sulle rive del Mincio. Un lungo braccio di ferro, fatto di decisioni politiche, sentenze e ricorsi: lo scontro tra il business e la salvaguardia dell’ambiente.
Finalmente un semplice sito turistico che sarà costantemente aggiornato per promuovere il nostro territorio.
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…Siamo circa nel mese di novembre del 2008, a 9 mesi dal crollo della copertura della piccola chiesa di San Damaso, quando viene montato un ponteggio che annunciava ipotetici lavori di sistemazione. Ipotetici perché dopo aver posizionato un telo di plastica a protezione della rimanenza pittorica superstite, i lavori si sono fermati. Nulla è stato più fatto, nonostante la soprintendenza avesse imposto di mettere in sicurezza la struttura.
Due anni passano, nei quali si provvede ad un parziale rifacimento della copertura, ed eccoci nel mese di giugno del 2011. Tutto ad un tratto, quando ormai le nostre denunce erano state sotterrate da tempo e nessuno si aspettava più nulla, ecco che qualcosa si muove. Un nuovo ponteggio viene montato, degli operai cominciano a lavorare. Travi di legno, cemento, guaina, coppi…ed ecco il nuovo tetto. Un mese di lavoro.
Ora viene da chiedersi: era così impossibile da fare in un tempo minore? Con il crollo del tetto una buona parte delle decorazioni erano andate perse, mentre la restante parta ancora “salva” si è danneggiata con il tempo; acqua, sole, intemperie hanno fatto il resto.
Colpa di tempistiche lunghissime e problematiche a noi sconosciute.
Tre anni sono oramai trascorsi dal rovinoso crollo della copertura della chiesa di San Damaso.
Lo scarso o assente interesse di impegno da parte di enti pubblici di porsi in contatto con una situazione assai difficile da affrontare, ma allo stesso tempo assai importante per il nostro territorio.
La nota positiva in tutto questo possiamo comunque trovarla lanciando anche una provocazione al meccanismo che ha permesso di portare a compimento il lavoro di rifacimento della copertura. Ora che il tetto è stato sistemato e rimesso quindi a nuovo, e non solo il tetto della chiesetta ma anche la parte retrostante della piccola sagrestia annessa alla costruzione, perché non dedicarsi ad un progetto, a lungo termine e più in grande, di recupero e sistemazione del campanile, del vicino cimitero, della bellissima corte lasciata al suo tempo?
Le possibilità per creare un ritorno anche economico dal turismo a Medole sono molteplici e possono essere utili a tutti.
Forse voi che non ci avete mai pensato dovreste iniziare a crederci.
Tratto da F.A.I.
”Bisogna avere il coraggio di gridare BASTA a chi è indifferente al degrado di un patrimonio che è un bene collettivo, non solo degli italiani ma di tutta l’umanità”. Dopo gli ultimi crolli di beni culturali a Capri e Venezia, Ilaria Borletti Buitoni lancia il suo appello alla società civile affinché faccia sentire la propria voce presso le Istituzioni.
Continuano purtroppo a susseguirsi crolli che coinvolgono esempi importanti del nostro patrimonio storico e monumentale. Dopo i due casi eclatanti della Domus Aurea di Roma e della Domus dei Gladiatori a Pompei, sono accaduti altri crolli di importanti beni culturali italiani come parte di un parapetto di oltre dieci metri a Capri o una colonnina della balaustra del ponte di Rialto a Venezia.
Ancora una volta ci chiediamo se questo Paese, in cui i segni della nostra identità sono lasciati in stato di abbandono, non abbia completamente perso il senso oltre che del passato anche del futuro.
Al di là delle polemiche che ormai da tempo investono la classe politica per le gravi responsabilità relative ai tagli di fondi destinati al mantenimento dei nostri beni d’arte e natura, viene spontaneo chiedersi dove siano i cittadini, dove siano quegli italiani che sono definiti parte di una società civile e che credono nei valori della cultura come motore di crescita e responsabilità.
Solo se la voce di protesta parte forte e vibrata da parte di tutti, questo corso dissennato che vede la complicità delle Istituzioni e della politica potrà essere modificato una volta per tutte.
Bisogna avere il coraggio di gridare BASTA a chi è indifferente al degrado di un patrimonio che è un bene collettivo, non solo degli italiani ma di tutta l’umanità.
Ilaria Borletti Buitoni
Presidente FAI
Tratto da”LA GAZZETTA DI MANTOVA”
MEDOLE. Saranno le modenesi Vam e Acea, di Mirandola, a restaurare Palazzo Ceni. L’appalto per la progettazione e l’esecuzione dei lavori è stato assegnato nei giorni scorsi dal Comune, che ha dichiarato di voler fare dell’ex dimora aristocratica il nuovo municipio. Ma sul progetto arrivano le critiche dell’ex sindaco Pesci. L’investimento del Comune non è di poco conto. Dopo aver speso circa 800mila euro per il primo lotto dei lavori (sistemazione di tetto e facciata), ora ne investirà 2,3 milioni per la seconda tranche, che prevede il rifacimento interno. «Le imprese aggiudicatarie (hanno vinto proponendo il maggior ribasso sulla base d’asta di 1.700.000 euro, ndr) è già al lavoro sul progetto esecutivo – spiega il sindaco, Giovanni Battista Ruzzenenti – i lavori partiranno entro giugno». L’impresa avrà un anno per i lavori. Nel frattempo la Pgs partners di Acquanegra e lo studio Area Progetti Consulting Engineering di Castel Goffredo si sono aggiudicati la direzione dei lavori, offrendo uno sconto del 65% sulla base di 139mila euro. Palazzo Ceni, però, torna anche a scaldare la politica medolese. Nel 2009 fu proprio un dissidio riguardante i lavori al palazzo, a spaccare la precedente maggioranza causando la caduta del sindaco Bruno Pesci. Ora è proprio quest’ultimo, dai banchi della minoranza, a criticare la visione che l’attuale giunta ha della destinazione da dare allo storico palazzo: «Oggi il sindaco dice di volerne fare il municipio più bello della provincia, in realtà già in campagna elettorale fece intendere di volerlo destinare solo a sede di rappresentanza. Gli uffici comunali resteranno nell’attuale municipio, lo sanno tutti». Il consiglio comunale di giovedì tratterà un’interpellanza di Pesci che domanda delucidazioni in merito: «Avanzeremo la richiesta un referendum popolare. Lasciamo decidere ai cittadini il destino di palazzo Ceni». Replica Ruzzenenti: «Il futuro del palazzo è scritto nei progetti già approvati e consultabili. Sarà il nuovo municipio».
Basta con le ruspesalviamo l’Italia.
di CARLO PETRINI
Tratto da “LA REPUBBLICA”
In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l’equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme. E con il piano casa il processo ha avuto un’accelerazione. Appello per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi.
Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell’Italia, un’enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l’avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.
I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future. Circa due anni fa su queste pagine riportavamo che l’equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un’area equivalente sei volte a Piazza Duomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d’Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all’agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.
Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po’ per l’Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall’articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l’installazione d’impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal “Movimento Stop al Consumo del Territorio”. In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici – quelli mangia-agricoltura – essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati.
Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall’alluvione che l’ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l’equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.
Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d’importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l’osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un’indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un’impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l’Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s’impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso.
Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l’ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall’oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un’energia pulita anche da noi nell’ennesimo modo di lucrare a danno della Terra. Anche del fotovoltaico su suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine, prendendo come spunto la delicatissima situazione in Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l’impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d’Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell’eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento “Stop al Consumo del Territorio”, tra i più attivi, e subito salta agli occhi l’elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.
Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l’eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l’obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l’Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E’ come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.
Il problema poi s’incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l’agricoltura da un po’ di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell’Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: “I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa”. Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l’agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.
Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell’edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.
Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell’Agricoltura, quello dell’Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni. Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d’accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l’urlo di milioni d’italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un’ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c’è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l’anima, tutti i giorni.
Articolo tratto da Gazzetta di Mantova.
Via libera dal Cipe ai cantieri della linea ferroviaria ad Alta velocità fra Treviglio e Brescia. Il Comitato interministeriale ha dato l’ok ad uno stanziamento di 1 miliardo e 131 milioni di euro. I cantieri partiranno entro la fine dell’anno. Ad opera finita, nel 2015 i supertreni viaggiando a 300 chilometri orari porteranno i passeggeri da Brescia a Milano centrale in 35 minuti.
Il tracciato ha avuto una genesi tutt’altro che tranquilla. Inserito nell’elenco delle cosiddette Grandi Opere, è stato costruito solo fra Milano e Treviglio (29 km) attraverso un quadruplicamento della linea esistente. Fra Treviglio e Verona, 111 chilometri, l’opera è stata suddivisa in due lotti con interruzione a Brescia.
Il primo lotto è stato finanziato dal Cipe nella seduta del 18 novembre scorso mentre per il secondo, il Brescia-Verona che interessa da vicino il territorio mantovano, il governo si è impegnato a reperire il finanziamento necessario di 919 milioni d’euro. Il Treviglio-Brescia, 39 km complessivi, correrà disgiunto dall’attuale linea ferroviaria ed affiancando invece la futura autostrada Bre-Be-Mi (Brescia-Bergamo-Milano).
A sud ovest di Brescia è prevista una connessione di 14 km con la vecchia linea e la stazione del capoluogo per poter servire i supertreni Brescia-Milano. La linea correrà quindi a sud di Brescia e, attraversando 73 Comuni, arriverà a Verona. Questo tratto è attualmente in fase di definizione. Un primo tracciato è stato corredato di Studio d’impatto ambientale nel quale sono emersi i punti critici dell’attraversamento delle zone di produzione di vini pregiati, come il Lugana che perderebbe un terzo dei vigneti, emergenze ambientali, come l’ambito fluviale del Mincio, e storiche come il santuario della Madonna del Frassino.
Nel tratto di 18 chilometri di attraversamento fra Desenzano e Peschiera, sono previste 4 gallerie. Già nel 2004 la Regione Veneto ha espresso un parere preliminare sul progetto indicando diverse prescrizioni.
“Ritengo indispensabile – spiega l’ambientalista castiglionese Franco Tiana – che il territorio Mantovano dalla Provincia, ai Comuni sui quali qualcuno sta ipotizzando un tracciato alternativo da far passare fra Medole, Guidizzolo, Volta, debbano essere coinvolti ed i cittadini devono avere la possibilità di valutare cosa si sta proponendo ed intervenire nel merito del progetto”.
L’Aquila ritrova il suo monumento
Torna l’acqua dalle 99 Cannelle
Articolo tratto da “LA REPUBBLICA”
La Fontana ripristinata dal Fai. Napolitano: segno di rinascita. La presidente del Fondo, Borletti Buitoni: oggi in città è tornata un po’ di vita di GIUSEPPE CAPORALE
L’AQUILA – Sorride padre Carmine, il frate che da un anno e otto mesi abita in un container fuori dal Convento di Santa Chiara, a venti metri dalla Fontana delle 99 Cannelle. “Oggi per tutta la città è un giorno di festa” spiega guardando il monumento che finalmente dopo un anno e otto mesi è tornato a vivere ed ora è circondato da bambini, il coro del Gran Sasso e la banda musicale dell’Esercito. E molto altra gente. Nonostante il freddo polare, in una città ancora invasa dalle macerie, si festeggia. Si festeggia – con tanto di taglio del nastro – un monumento simbolo del centro storico che, finalmente, torna a vivere: la fontana delle 99 Cannelle. L’acqua, da ieri, è tornata a sgorgare dai mascheroni dopo otto mesi di lavori di consolidamento e di restauro per un investimento da 750 mila euro. Ma non porta la firma del lo Stato la prima opera di rinascita del centro storico, bensì quella del Fai (Fondo Ambiente Italiano). Una fondazione che tutela il patrimonio artistico italiano che ha mobilitato imprenditori, architetti, ingegneri e altri professionisti per soccorrere L’Aquila, adottando questo monumento.
A testimoniare l’importanza del lavoro compiuto è arrivato anche il messaggio del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano: “La fontana delle 99 Cannelle è elemento emblematico del paesaggio architettonico aquilano e immagine familiare per ogni italiano. Il duecentesco monumento costituisce una fra le più alte testimonianze di una committenza colta e raffinata che diede impulso al rinnovamento urbanistico e artistico della città. Grazie al meritorio e generoso contributo del Fondo per l’Ambiente Italiano – ha scritto ancora Napolitano – che si è fatto capofila di un’autentica gara di solidarietà fra imprese, associazioni e singoli cittadini, la fontana è oggi restituita alla comunità aquilana quale segno concreto della rinascita culturale e civile del suo territorio, già avviata con coraggio e tenacia dal popolo abruzzese e dalla partecipe vicinanza dell’intero Paese”.
Un monumento molto importante quello delle 99 cannelle, che dal XIII secolo rappresenta la fondazione della città attorno ai suoi 99 quartieri, rappresentati ognuno da un mascherone dal quale sgorga l’acqua della fontana. “La fontana porta l’acqua – ha affermato la presidente Borletti Buitoni – e l’acqua è vita. Penso che oggi all’Aquila sia tornata un po’ di vita”. Per il sindaco Massimo Cialente, “è un passaggio importante che fa capire come le parti pregiate devono tornare alla collettività come erano e dove erano. Vogliamo capire dal governo – ha aggiunto – se intende mantenere i patti sulla ricostruzione”. Prima della cerimonia di riapertura del monumento, presso la Basilica di Collemaggio si è tenuta la presentazione dei lavori svolti dal Fai, con la presenza del capo della delegazione del Fai dell’Aquila Andrea Tatafiore, l’architetto Roberto Cecchi e il direttore generale Culturale del Fai, Marco Magnifico. Presenti anche l’arcivescovo dell’Aquila, monsignor Giuseppe Molinari, e il commissario per la ricostruzione, Gianni Chiodi.
L’appello del Presidente FAI, Ilaria Borletti Buitoni, al Governo italiano
Articolo tratto dal sito Fondo Ambiente Italiano
“Era necessario anche il sacrificio dei Gladiatori di Pompei per urlare all’Italia e al mondo il dramma dello sfascio che da decenni stanno vivendo i Beni Culturali Italiani? Forse sì, visto che non è bastato il fragore dei recenti crolli… nella Domus Aurea di Nerone e nel Colosseo!”
Il Presidente del FAI, Ilaria Borletti Buitoni lancia un appello accorato al Governo e alle Istituzioni competenti perché non si debba più assistere a fatti come quello di Pompei: il crollo dell’intera Domus dei Gladiatori, un danno gravissimo per il patrimonio artistico italiano! “Avremo bisogno di altri tragici segnali – dichiara Ilaria Borletti Buitoni – per porre fine alla criminale pervicacia con la quale il Paese da decenni indebolisce sistematicamente – di fatto demolendola – la più formidabile struttura di tutela del mondo? Quella del Ministero per i Beni e le Attività culturali, che con il vergognoso 0,2% del bilancio dello stato dovrebbe tenere in piedi la più faraonica e prestigiosa rete di Beni Culturali del mondo, gloria e vanto di ogni Italiano e di ogni uomo civile! Una struttura un tempo stupefacente per efficacia e professionalità e alla quale – taglio dopo taglio, mortificazione dopo mortificazione – si è giunti quest’anno addirittura a vietare l’uso dell’automobile per i sopralluoghi ai cantieri, a meno che la benzina per la SUA macchina non se la paghi di tasca sua lo stesso soprintendente! Quest’ultimo affronto si somma a drastici tagli ripetuti e continui per restauri, manutenzione, gestione, struttura e personale, ai recenti prepensionamenti (legge Brunetta) che hanno costretto molti grandi Soprintendenti ad andarsene nel pieno delle loro forze e delle loro capacità senza che nuove assunzioni consentano l’enorme lavoro necessario”.
Il FAI, grato al Presidente della Repubblica per aver espresso con forza il suo sdegno che interpreta la vergogna e la rabbia di tutto il Paese, chiede ora al Governo NON commissari, NON leggi speciali, NON stanziamenti d’emergenza ma una netta inversione di tendenza, con la prossima legge finanziaria, nuovi finanziamenti strutturali al Ministero che consentano nuovi concorsi, nuove assunzioni e nuove professionalità per ridare efficienza alla rete delle Soprintendenze e dunque un futuro degno di un paese civile al nostro Patrimonio Culturale: il più formidabile e ineguagliabile del mondo.
«Un grande piano di restauro e di manutenzione dell’ ambiente e dei paesaggi italiani». Il rapporto che ogni anno la Società Geo
grafica Italiana elabora sullo stato, appunto, dei paesaggi italiani, si condensa in un appello. Che ha i toni ultimativi. Una specie di manifesto rivolto alle tante istituzioni, c’ è chi dice troppe, che intrecciandosi fra loro e spesso confliggendo hanno in mano la cura di quello che Massimo Quaini, geografo dell’ Università di Genova e coordinatore del gruppo di lavoro che ha elaborato il rapporto del 2009, definisce «il nostro più grande patrimonio». Il documento verrà presentato stamattina a Roma, a Montecitorio. E insieme alle duecento pagine del rapporto (intitolato I paesaggi italiani. Fra nostalgia e trasformazione ), verrà illustrato anche un decalogo di buone politiche a difesa di un paesaggio aggredito da un’ urbanizzazione dissennata e disordinata, ma anche da trasformazioni agricole incongrue oppure dall’ abbandono sempre più vorticoso di estese aree rurali. Le buone politiche riguardano intanto la conoscenza analitica dello stratificato mosaico di paesaggi di cui è ricca l’ Italia, “area per area”, insistono i geografi, “sito per sito”. Il decalogo poi sottolinea che il paesaggio è “un bene comune”e che va considerato, e quindi tutelato, come “un complesso unitario”, senza spezzettamenti tra enti pubblici, sovente contrapposti. Di qui si passa a imporre il paesaggio e la sua protezione come “un limite invalicabile” di ogni intervento sul territorio, sia esso un insediamento edilizio, sia essa un’ infrastruttura. La Società Geografica Italiana è un istituto culturale (è nata a Firenze nel 1867), ma sulla base di analisi, di riflessioni scientifiche, ogni anno rende pubbliche questioni scottanti. E chiama alla mobilitazione. Nell’ Italia di oggi, si legge nel rapporto 2009, «il disastro ai danni del paesaggio non sta tanto nello scandalo dei grandi abusi e nei mostri edilizi, quanto piuttosto nell’ erosione continua, quotidiana, che si consuma sotto ai nostri occhi, e minaccia di cancellare del tutto il confine fra città e campagna». Il disastro, poi, è ingrandito dal ritardo del nostro Paese: «Confrontandoci per esempio con la Francia, ci è mancato il senso vivo e diffuso di un’ identità rurale non meno forte dell’ identità urbana, che concorre, a pieno titolo, alla costituzione dell’ identità nazionale». Fra i casi più eclatanti di avvelenamento da parte della città nei confronti della campagna, il Rapporto cita Malagrotta, vicino a Roma, e le aree appena esterne a Napoli e a Caserta, dove si sversano tonnellate di rifiuti. E invece proprio le aree periurbane vengono ritenute dalla Convenzione Europea del Paesaggio come le più delicate e quelle degne di maggior salvaguardia. Il Rapporto indica come esemplare il Parco Sud di Milano, minacciato da interventi speculativi, come una delle aree in cui si tenta «di bloccare l’ informe espansione della città diffusa»e «di salvare e ricostituire in forme nuove il paesaggio agrario storico». Uno dei punti deboli italiani, sottolinea il Rapporto, resta la conoscenza. Per esempio si assiste a disinvolti balletti di cifre sul consumo di suolo. Mentre in altri paesi, come la Gran Bretagna, esistono sistemi di monitoraggio affidabili e costantemente aggiornati, in Italia si annaspa. Si passa da valutazioni allarmistiche (i 3 milioni di ettari persi dall’ agricoltura in dieci anni vengono tout court assegnati al cemento) a cifre tranquillizzanti, però molto sospette (fondate sulla rilevazione satellitare, alla quale sfuggono le villette con un ettaro di giardino intorno). Ma per tutelare il paesaggio, sostengono i geografi, occorre prima sapere di cosa si parla. Fr.Erb. – Fr.Erb
